Qualche mese fa, più o meno a Settembre 2018, colpito dalla noia di alcuni corsi universitari, mi sono messo in testa di imparare il giapponese.

Il motivo è molto semplice: nonostante il Giappone si trovi geograficamente lontanissimo dall’Italia, è possibile quotidianamente entrare in contatto con la cultura giapponese, senza neanche rendersene conto. Guardando anime, leggendo manga, usando un santoku, sorseggiando un tè verde

Ho iniziato cercando di imparare a leggere alcuni caratteri semplici e ci ho subito preso gusto. Come è ben noto il sistema di scrittura giapponese è… complicato. Sicuramente molto più complicato dell’alfabeto latino. Di fatto i giapponesi hanno a disposizione ben 4 sistemi di scrittura.

Rōmaji ローマ字

Il sistema che ci è più familiare è il rōmaji, in quanto utilizza l’alfabeto latino e viene utilizzato per rendere leggibile il giapponese ai gaijin (stranieri). Come vedete c’è un macron sulla o di rōmaji: ciò significa che è una o doppia. A volte si può trovare scritto roumaji che è più fedele alla scrittura giapponese, ma attenzione: la u non va letta, significa solo che la o precedente è doppia.

Queste divergenze sono dovute al fatto che ci sono vari sistemi di traslitterazione, ma il più conosciuto e usato dal governo giapponese è il sistema Hepburn. A quanto pare, i giapponesi, invece, tendono a preferire il sistema Kunrei, che comunque non differisce di molto dall’Hepburn.

L’importante è sapere che a volte si possono trovare delle traslitterazioni un po’ più strane. Ad esempio matcha invece di maccha, dove la t indica la piccola tsu giapponese ovvero la doppia consonante (geminazione).

Per capire di che cosa sto parlando, la frase お前はもう死んでいる è completamente illeggibile a chi non ha mai studiato i caratteri giapponesi, per cui quella frase si traslittera in “omae wa mou shinde iru”. Sappiamo più o meno leggerla, ma rimane comunque incomprensibile (a meno che non si conosca il meme di Ken il guerriero). Comunque una traduzione di questa frase è “tu sei già morto”.

Hiragana ひらがな

Poi c’è hiragana, il sillabario più importante da imparare per capire la lingua giapponese. Si tratta di un sillabario, non di un alfabeto, questo significa che ogni carattere rappresenta una sillaba e non una lettera. I caratteri hiragana sono facilmente distinguibili per le loro forme stondate. Ad esempio あかさたなはまやらわがざだばぱ (che sono tutte le sillabe con la “a”).

Katakana カタカナ

Un sillabario alternativo all’hiragana è il katakana. Ogni sillaba hiragana ha una corrispondente sillaba katakana. Di conseguenza possono essere usati in modo intercambiabile, un po’ come lo stampatello e il corsivo nostro. Tuttavia il katakana viene usato prevalentemente per alcuni scopi particolari come scrivere parole di origine straniera (nella stragrande maggioranza dei casi), sulle insegne dei negozi, per le onomatopee. Comunque il sillabario principale rimane hiragana, in particolare le strutture grammaticali di una frase sono sempre scritte in hiragana.

I caratteri katakana sono più spigolosi e un po’ meno distinguibili. Ad esempio ci sono molti caratteri simili: シジツヅソゾノ ovvero shi, ji, tsu, zu, so, zo, no. Un’invasione di faccine…

Kanji 漢字

Finquì la situazione è gestibile, non ci sono poi così tanti simboli da memorizzare. Sono circa 50 simboli per hiragana ed altrettanti per katakana. La situazione si fa veramente dura quando si incontrano i kanji. I simboli dell’hiragana e katakana sono sufficienti per rappresentare tutti i possibili suoni della lingua giapponese, tuttavia molto difficilmente si troverà una frase scritta interamente in hiragana, a meno che non siamo alle elementari.

A partire dai kanji furono creati i sillabari hiragana e katakana, semplificando e smussandone la forma. I due sillabari si diffusero grazie alle donne, ai tempi escluse dall’educazione. In questo modo anche le donne potevano scrivere, perché i sillabari sono più facili da apprendere “di nascosto”.

I kanji sono caratteri di origine cinese. Ogni kanji ha almeno una pronuncia e almeno un significato.

In generale ci sono questi casi:

  • un solo kanji (con o senza hiragana) -> lettura di origine giapponese
  • più kanji (con o senza hiragana) -> lettura di origine cinese
  • molte letture irregolari

Che gran casino… ma non finisce qua. La prima cosa che viene in mente è: perché complicarsi così tanto la vita se ci sono hiragana e katakana che sono sufficienti per rappresentare tutti i suoni?

Bhe prima di tutto ci sono ragioni storiche, di orgoglio e cultura giapponese. E poi ci sono gli omofoni, parole che hanno la stessa pronuncia e si scrivono allo stesso modo in hiragana, ma a cui sono associati kanji diversi. A quel punto come fanno i giapponesi a distinguere quale dei possibili significati intendiamo? Prevalentemente grazie al contesto, ma in alcuni casi c’è una differenza nell’intonazione.

Facciamo un esempio 今 e 居間 in hiragana si scrivono entrambi いま ed entrambi si pronunciano “ima”. Tuttavia il primo significa adesso, l’altro significa soggiorno o salotto. In realtà la pronuncia differisce per il tono della voce: 今 ha un tono della voce discendente, mentre 居間 ha un tono ascendente.

Un altro caso è あつい o “atsui”, che potrebbe avere ben 3 significati:

  • 暑い meteo caldo
  • 熱い oggetto caldo
  • 厚い spesso, profondo, pesante

Ovviamente il contesto dovrebbe riuscire a disambiguare quale significato si intende con “atsui”.

Un altro motivo a favore dei kanji è che i giapponesi non hanno bisogno degli spazi. Questo perché l’alternanza tra i vari sistemi di scrittura e la struttura grammaticale delle frasi giapponesi, rende “abbastanza chiara” la delimitazione delle parole. Al solito per noi occidentali ci vuole un po’ di pratica per entrare in questo sistema.

Risorse per imparare

Ricapitolando i gippponesi sanno riconoscere una quantità incredibile di simboli ed hanno a che fare quotidianamente con ben 4 sistemi di scrittura:

  • Rōmaji
  • Hiragana
  • Katakana
  • Kanji

Per imparare tutte questi sistemi di scrittura ci viene in contro la scienza della “spaced repetition”, ovvero la ripetizione di nuove parole a intervalli di tempo variabili in base a quanto facilmente torna a mente quella parola o carattere. In questo modo si riesce anche a memorizzare la lettura di un kanji e in un secondo momento i suoi possibili significati.

La tecnologia rende comodo accedere a questo tipo di apprendimento semplicemente usando un paio di app per Android. Consiglio KaQui come punto di partenza per imparare gradualmente i sillabari hiragana e katakana.

KaQui, disponibile su F-Droid

Una volta che si riesce più o meno a leggere si può iniziare con Anki a imparare parole e frasi più lunghe, anche con la pronuncia. Anki è un programma generico di “spaced repetition”, per cui appena installato non è molto utile di per sé. Per farlo funzionare bisogna scaricare un mazzo. Io mi sto trovando bene con la serie di mazzi “Japanese Core”. A questa pagina trovate il primo mazzo Japanese Core 2000 Step 01 Listening Sentence Vocab + Images.

Anki è disponibile per tutti i sistemi operativi più popolari ed è anche disponibile su Android grazie ad AnkiDroid.

AnkiDroid, disponibile su F-Droid

Con KaQui è poi possibile passare all’apprendimento dei Kanji, anche tramite la modalità disegno che aiuta a imparare a scrivere i Kanji seguendo l’orine dei tratti tradizionale che, stranamente (fino ad un certo punto), aiuta molto a riconoscere i Kanji. Pare infatti che che i nativi usino anche una parte della corteccia motoria per riconoscere un sottoinsieme dei 50000 e più caratteri cinesi esistenti.

Per quanto riguarda la grammatica, molto diversa dalla nostra, mi sto affidando alla serie “Japanese from Zero”, composta da 5 volumi (il quinto non ancora uscito) e centinaia di video gratuiti su YouTube, dove il simpaticissimo George Trombley riesce ad insegnare senza annoiare (un video tira l’altro).

Come già anticipato, scriverò altri articoli in futuro riguardo il giapponese. Fatemi sapere se vi interessa, perché sto diventando pigro a scrivere nuovi articoli per questo mio blog…

Nel frattempo cercherò di rendere pubblici i miei appunti digitali di giapponese.

Comunque sia, またね!

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